IL FOLK CANTA E FA CANTARE A REBIBBIA
19 aprile 2002 - L'Albero del Canto in concerto presso la Casa Circondariale di Rebibbia - Roma
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Non si è ancora spenta l’eco dei canti , degli applausi e dell’entusiasmo suscitato da Lucilla Galeazzi e dal coro polifonico popolare “L’albero del Canto” da lei diretto, nel teatro di Rebibbia Nuovo Complesso.
“Ci avete dato un’ora di libertà”, hanno detto i detenuti, dopo un pomeriggio in cui hanno cantato con gli artisti in scena, hanno interloquito, detto battute e ricevuto risposte allegre, spiritose, salaci, in un continuo, osmotico rapporto scena/pubblico. Un pubblico particolare ma assolutamente deciso a mettere alla prova gli artisti, la loro bravura, la loro capacità di dialogo, un pubblico che voleva divertirsi, che guidava lo spettacolo e si voleva far guidare. Un’ esperienza forte, bella, dove la musica popolare ha dimostrato tutta la sua straordinaria forza comunicativa e la sua vitalità.
C’è da augurarsi che esperienze così si ripetano in futuro!
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25 Febbraio 1989, mattina - Sala degli Spettacoli del carcere giudiziario di Rebibbia (Nuovo Complesso). E' di scena "Marà-Sad", un adattamento del Marat-Sade di Peter Weiss, per la regia di Antonio Campobasso. Seduto in prima fila, in platea, il direttore di Rebibbia, tra le file si muovono discretamente le guardie, e in quelle file siede attento un pubblico di liceali. Ci sono anch'io, diciassette anni, in quel pubblico dapprima un po' smarrito, forse per il luogo, poi curioso, pubblico che poi si lascia andare e ride, si emoziona, si commuove. La riuscita dello spettacolo è strettamente connessa alla capacità di creare un canale di comunicazione tra il palco e la platea e all'impegno di ognuno a rispettare il ruolo che gli è stato assegnato seppur apparentemente di diversa rilevanza; e lo spettacolo riesce. Dapprima discreti, poi sapientemente, gli attori danno luogo all'azione. Il palcoscenico come forma attiva, una tra le altre, per affrontare, risolvere forse no, i problemi, per non lasciarsi andare.
19 Aprile 2002, pomeriggio - Sala degli Spettacoli della Casa Circondariale di Rebibbia (Nuovo Complesso). E' di scena il coro de "L'albero del Canto" diretto, nel senso più esteso del termine, in quanto voluto, creato, cresciuto, pasciuto, alimentato, educato, amato, da una straordinaria cantante e altrettanta persona, Lucilla Galeazzi. Ci sono anch'io, trent'anni, tra i "rami dell'Albero". Stavolta dal lato opposto della sala. Seduti in prima fila la direttrice di reparto, la dottoressa Passaretti, che ha voluto, insieme all'Albero, il concerto e ha fatto da tramite per consentirlo, gli educatori, gli agenti di custodia che hanno simpaticamente accompagnato all'interno della sala, al palco, i numerosi cantori e la loro conduttrice. Nelle file a seguire gli ospiti della Casa Circondariale. Ancora una volta la riuscita dello spettacolo è legata alla capacità di creare un canale di comunicazione con le persone in ascolto. Sento che la musica della tradizione orale, cosiddetta "popolare", ha il privilegio di riuscirvi molto più di altre espressioni musicali. E credo che anche in questa occasione riesca nell'intento.
Si scaldano le voci, si prova qualche pezzo, si sistema il microfono, le pedane, una sedia per me che ho un piede rotto e le stampelle, gli agenti ed alcuni ragazzi si adoperano per rendere il più confortevole possibile la nostra permanenza in questo pomeriggio a Rebibbia. E' ora di cominciare, ma il sipario non viene chiuso. Sento Lucilla dire che va bene così, ed io intendo che gli spettatori devono entrare e non trovare alcun ostacolo alla comunicazione: l'espressione, soprattutto nel canto popolare, comincia dalla presenza. Tutti in posizione, anche le luci, e mentre Lucilla accorda la chitarra, entra il nostro pubblico. Noi in silenzio, loro vociando, qualche battutina, commenti, siedono. Guardo il coro, vedo delle facce tese, avverto la tensione, forse dettata dall'emozione, dentro di me chiedo sorrisi, la chitarra di Lucilla fa capricci. Tra il pubblico un uomo si alza e da il "la" per un applauso; Lucilla non si lascia sfuggire il saluto, accogliente, presenta il coro, e comincia a cantare; mi volto e l'imbarazzo è vinto da una ventata di energia che giunge da sotto il palco, non da subito compatta, ma basta per distendere i volti dei coristi. Non è possibile scorgere alcuno per l'abbaglio dei fari, ma è possibile "sentire" il pubblico in parte distratto, in parte incuriosito, ad un certo punto forse "smarrito", colpito, in buona parte conquistato. Certamente per merito di Lucilla e credo di poter dire per merito anche del coro e del suo repertorio.
In una lettera, la scorsa estate, Lucilla ci scriveva "diamo a questo repertorio quella stessa energia con la quale c'è stato tramandato, fatta di consapevolezza, di orgoglio d'appartenenza, di calore ideologico, di passione musicale. Chi non capisce questo della musica popolare, fa quelle "orribili" esecuzioni del repertorio tutte " pulite" e formalmente " perfette" e morte perché mancano della ragione profonda per cui sono nate: EMOZIONARE !!!!!!!!!!!!! o piuttosto trasmettere emozioni attraverso il canto d'amore, di sdegno, mescolando l'invettiva alla seduzione, convincere al ballo e narrare, ecc...ecc..".
E i canti eseguiti da Lucilla e dal coro emozionano il pubblico e il coro stesso.
In questo scambio aereo, lungo i fili tessuti dalla nostra conduttrice, la comunicazione diventa ormai profondamente sensibile, e man mano che i canti si susseguono è possibile avvertire l'entusiasmo della nostra platea, sempre più partecipe in numero ed intensità. E' fatta. Ci sono richieste, scambio di battute tra Lucilla, bravissima comunicatrice, e i detenuti sempre più attenti e sempre meno distratti. In molti, forse anche qualche agente, si uniscono al coro, attenti alle indicazioni della nostra direttrice.
Lo spettacolo volge al termine, ma il pubblico, caloroso come pochi, chiede di cantare ancora e Lucilla cerca di accontentare un po' tutti, spaziando in tutte le regioni d'Italia, e anche noi, sotto la sua guida, improvvisiamo, ci divertiamo e non siamo, stranamente, preoccupati degli esiti "artistici"; il pubblico ha capito "la ragione profonda dei nostri canti". E alla fine dello spettacolo, sotto gli occhi vigili ma discreti degli agenti ne ho conferma, tra strette di mano, scambi di saluti e sorrisi e richieste di promesse di tornare a cantare. Il palcoscenico come forma attiva, una tra le altre, per emozionare, per stimolare, per non lasciarsi andare.
E' per questo che mi "piace cantare insieme ad altre persone questo repertorio".
Giovanna Manca
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19 APRILE 2002 – DUE CORI, DUE CUORI
In un fresco pomeriggio baciato dal sole, trenta passioni popolari infiammano la Casa Circondariale di Rebibbia. Il Nuovo Complesso della struttura penitenziaria romana accoglie l’“Albero del Canto”, un coro interamente amatoriale che, nella babele musicale contemporanea, si dedica, anima e corpo, al recupero e alla riproposizione del ricco patrimonio musicale italiano di radicate origini popolari, la cui memoria è affidata alla sola Tradizione Orale.
Guidano il coro in tale impegnativo lavoro di ricerca la passione e la competenza di Lucilla Galeazzi, già componente del quartetto vocale di Giovanna Marini e personalità di spicco della musica popolare nel nostro Paese, e non solo.
La volontà, la determinazione della dottoressa Ida Passaretti, giovane e appassionata Direttrice di Reparto, particolarmente attenta alle iniziative culturali all’interno della Casa Circondariale, e la gentile ospitalità offerta dalla Direzione rendono possibile questo incontro fra gli artisti e un nutrito gruppo di detenuti della parte maschile: un appuntamento atteso a lungo, ed annunciato senza squilli di trombe all’interno del carcere, che presto si rivelerà molto più di una semplice proposta di brani.
Diligentemente e simpaticamente accolti dall’ottimo e discreto servizio di vigilanza predisposto dagli agenti di custodia, Lucilla Galeazzi e l’Albero del Canto delineano subito il loro tratto inconfondibile, fatto di fusioni timbriche ardite, in cui antiche voci di stampo contadino, giovani gorgheggi gioiosi, mature sonorità femminili formate nella protesta e nella rivendicazione, toccano l’anima e proiettano l’ascoltatore in fabbrica come a scuola; in ufficio come in risaia; in una processione sacra o in un corteo profano; direi, con Paolo Pietrangeli, “nei campi e nelle officine”.
“I Cinturini” aprono la piccola “kermesse” con la solida e pungente voce di Lucilla Galeazzi, puntualmente seguita dalla risposta del coro; la prevalenza del gentil sesso accomuna anche le poche, ma ben presenti voci maschili in una sfidante rivendicazione della femminilità nel dì di festa che segue la settimana in cui ogni giorno le operaie del complesso tessile di Terni escono al mattino e ritornano la sera senza poter vedere la luce del Sole.
C’è subito passione, e la passione, si sa, compie i miracoli. Come nelle fiabe, ecco materializzarsi qualcosa che c’era già da prima, ma non lo si sapeva. Un altro coro, prima di tre, cinque, dieci, voci isolate, poi di venti, cinquanta, cento elementi concordi, e poi ancora di più, praticamente tutta la platea accorsa. È un coro che non sta navigando in un pentagramma, ma sta percorrendo un tratto di mare che tocca tanti porti, ed ogni marinaio sa in quale porto e dopo quanto tempo potrà scendere… se va tutto bene.
E quest’equipaggio risponde a Lucilla, che presenta una sua composizione, “La casa”, da solista, in cui dà corpo al sogno più sognato dagli Italiani. “La nostra casa è qui”, si grida in coperta; e il “feeling” si rafforza. In coffa la vedetta grida “Daje, piccolé!!”. Non la sente la giovane corista che intona “E la Rosina”, piccolo gioiello della zona pavese che rimette alla saggezza materna le inesperte arti amorose di un’impulsiva giovinetta.
Risuonano le note di Matteo Salvatore, in “Mo vè la bella mia”, delicato canto d’amore che modera in bonaccia il vento che increspa il braccio di mare che questo equipaggio, sempre più partecipe e numeroso, sta percorrendo.
Oramai è chiaro: non c’è solo l’irresistibile richiamo di Lucilla Galeazzi; non c’è solo il crogiuolo di voci dell’Albero del Canto; c’è un altro coro che si è formato spontaneamente, un coro che vuole partecipare alla “kermesse”, perché in essa sente un profumo che nessuno dei marinai ha dimenticato, e qui ed ora vuole riassaporare. Che fare? Basta chiedere! Andiamo in processione con uno struggente “Santo Gesù” in cui la Madonna si straccia le vesti per il dispiacere che Le ha arrecato ‘sto Figlio che s’è fatto ammazzare? Andiamo!!
Ricordiamo le pene e le nostalgie degli Italiani costretti ad emigrare “là dov’è la raccolta del caffè?” Seguiamoli in “Italia bella mòstrati gentile”!! Val bene l’emozione di sentire queste voci antiche l’attesa per l’acclamazione di un capo: i nostri marinai sempre più attenti e appassionati lo individuano in un vigoroso corista, che proclama: “Il peggio tocca sempre all’operaio”: e realizza il più veloce plebiscito della storia. “Antonio, sei er mejo”, c’è scritto e gridato sulla scheda immaginaria depositata dall’altro coro che sta rispondendo.
E Lucilla, sapientemente, lo asseconda: l’immortale “Barcarolo Romano” trova inaspettatamente spazio. “Più de ‘n mese è passato”, compose l’analfabeta autore Romolo Balzani. “E noi qui ciavémo ‘n anno e mezzo!!” “Ma quella è ‘n’artra canzone!” ribatte Lucilla, ormai padrona ed ammiraglia della ciurma gioiosamente indisciplinata che applaude sempre più convinta ed appagata. Una particolarissima “Te voglio bene assaje” ne cattura definitivamente l’anima e si appropria dei recessi più nascosti.
Il nuovo coro comincia così a ricordare cos’è quel profumo, ed è aiutato da questa ardente ammiraglia che si lancia, magistralmente assecondata dal suo organizzatissimo “team” di solisti, in una trascinante “tammurriata” e negli ammiccanti “stornelli” recuperati dallo storico Canzoniere del Lazio. La sempre più attuale “Bella Ciao” completa l’opera: è un felice “medley” che vede Lucilla anticipare con toccante profondità i notissimi versi proponendo una rielaborazione del popolare brano partigiano in chiave, per così dire, mondina.
“Vien’accà, Pascà”: e c’è la “Tammurriata Nera”; in mezzo un piccolo cammeo: gli “Stornelli Mugellani” che evocano deliziosi amoreggiamenti in versi di presa immediata, felicemente proposti da tre soliste veramente in vena.
Saluti. Applausi. Imperfezioni stilistiche? Dimenticate! Tempi di inserimento talvolta anticipati o ritardati? E chi se ne ricorda! Ritmi imperfetti ed incertezze dei solisti? E chi se ne importa!!
I due CORI e i loro due CUORI oramai hanno stretto un sodalizio. Che non è artistico. Che non è musicale. C’è fame, intorno. E il profumo è stato riconosciuto. Una rosa trema nelle mani di Lucilla Galeazzi. Cento mani si stringono. Tutti ringraziano tutti, perché tutti hanno regalato qualcosa a tutti. Gli agenti di custodia, partecipi anch’essi del piccolo miracolo, serrano di nuovo il portone, ma lasciano aperta una porticina alla speranza.
Grazie, grazie di cuore per quest’ora di libertà!
Massimo Moraldi
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